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Bitcoin in calo mette i miner sotto pressione

Tempo di lettura 4 min
Chiara Ferraro
Di Chiara Ferraro
Bitcoin in calo mette i miner sotto pressione

Il mining di Bitcoin negli Stati Uniti sta attraversando una fase critica: secondo i dati del Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index (CBECI), il costo per minare un singolo BTC ha superato il suo valore di mercato attuale, innescando una crisi di redditività che sta costringendo l'industria a ripensare radicalmente il proprio modello di business. Con il prezzo di Bitcoin (BTC) che si attesta intorno agli 87.900 dollari e costi energetici in costante aumento, numerosi mining farm americani stanno valutando la conversione delle proprie infrastrutture in data center per l'intelligenza artificiale, mentre altri mercati geografici mantengono ancora margini operativi grazie a tariffe elettriche più competitive.

L'analisi incrociata tra i dati CBECI e quelli della U.S. Energy Information Administration rivela una situazione allarmante: con una tariffa energetica media nazionale di 0,14 dollari per kWh registrata a ottobre 2025, il costo effettivo per estrarre un Bitcoin raggiunge i 94.746 dollari. Anche limitando il calcolo alle sole tariffe industriali, ferme a 0,09 dollari per kWh, il breakeven si attesta a 86.931 dollari, pericolosamente vicino al prezzo di mercato attuale della criptovaluta. Questa compressione dei margini sta generando una pressione senza precedenti sui miner statunitensi, già alle prese con l'incertezza macroeconomica e geopolitica globale.

Il fenomeno non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti. In Cina, dove le tariffe business per l'elettricità toccano gli 0,11 dollari per kWh, minare un Bitcoin costa mediamente 88.869 dollari. La Russia presenta tariffe identiche, mentre il Canada beneficia di una situazione leggermente migliore con 0,10 dollari per kWh, equivalenti a un costo di mining di 88.003 dollari. Casi ancora più estremi si registrano in Nuova Zelanda, dove l'associazione di categoria Cryptocurrency NZ ha calcolato che produrre un singolo BTC richiede 173.192 dollari neozelandesi, pari a 103.799 dollari americani.

Esiste tuttavia un'eccezione significativa nel panorama globale del mining: il Paraguay, che ormai controlla circa il 4% dell'hashrate totale di Bitcoin, mantiene costi operativi sostenibili grazie a tariffe elettriche medie di appena 0,05 dollari per kWh. Questo si traduce in un costo di produzione di circa 59.650 dollari per Bitcoin, garantendo margini di profitto ancora ampiamente positivi e confermando il paese sudamericano come uno degli hub più competitivi per l'estrazione della principale criptovaluta.

Con l'attuale difficoltà computazionale che richiede circa 1,2 milioni di kWh per minare un Bitcoin, qualsiasi tariffa superiore a 7 centesimi per kWh genera perdite operative a un prezzo di 85.000 dollari per coin

La risposta strategica dei miner americani è stata rapida e drastica. Nell'ultimo anno e mezzo, ben nove delle principali società quotate del settore hanno annunciato pivot parziali o totali verso il business dei data center per intelligenza artificiale: MARA Holdings, Riot Platforms, Core Scientific, CleanSpark, Bitfarms, TeraWulf, IREN, Bit Digital e Cipher Mining stanno riprogrammando le proprie infrastrutture per servire un mercato dell'AI in crescita esponenziale, che garantisce ricavi più prevedibili rispetto alla volatilità intrinseca del mining crypto.

Leo Wang, VP of Capital Markets and Corporate Development di Canaan, ha spiegato a Decrypt che i miner più vulnerabili sono quelli che hanno accumulato eccessivo debito operativo o che hanno investito in hardware rapidamente obsoleto o sovraprezzato. La strategia difensiva di Canaan si articola su più fronti: mantenimento di tariffe energetiche sotto i 4 centesimi per kWh, storicamente sostenibili anche durante i mercati bear, progettazione e vendita diretta di hardware di mining per generare cash flow, e accordi di hosting flessibili che permettono di ridurre o chiudere operazioni quando l'economicità viene meno.

L'azienda ha diversificato geograficamente la propria presenza, spaziando dai mercati a basso costo energetico fino alle operazioni off-grid in Canada, esplorando nuove fonti energetiche e sistemi di riuso del calore per ridurre la dipendenza da singole reti elettriche. Questa strategia di risk management rappresenta un modello emergente per l'industria, che deve necessariamente adattarsi a margini sempre più compressi e a una competizione crescente per le risorse energetiche.

Alex de Vries, fondatore di Digiconomist, conferma la gravità della situazione sottolineando che il mining non profittevole diventerà la norma nella maggior parte delle giurisdizioni, dato che assicurarsi tariffe ultra-competitive risulta estremamente difficile per la maggioranza degli operatori. La difficoltà computazionale ha recentemente toccato nuovi picchi, mentre il prezzo di Bitcoin continua a fluttuare in un range che non garantisce sostenibilità per molti player del settore.

L'orizzonte temporale aggiunge ulteriore pressione: tra circa due anni è previsto il prossimo halving, evento che dimezzerà nuovamente le ricompense per blocco minato. Senza sostanziali incrementi del prezzo di Bitcoin prima di questa scadenza, i miner subiranno una compressione ancora più severa dei margini operativi. Il settore si trova quindi davanti a un bivio cruciale: attendere una ripresa dei prezzi che ripristini la redditività, completare la migrazione verso modelli di business ibridi con l'AI, oppure consolidarsi geograficamente nei pochi territori dove l'energia rimane abbastanza economica da garantire profitti sostenibili nel lungo periodo.

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