Il settore del mining di Bitcoin (BTC) sta attraversando una crisi esistenziale che potrebbe ridefinire l'intera narrativa della criptovaluta come "oro digitale". Mentre l'hashrate della rete rimane ancora elevato, i miner stanno sempre più abbandonando le operazioni di estrazione per convertire i loro data center in infrastrutture per l'intelligenza artificiale, creando un precedente senza eguali nella storia della blockchain. Questa migrazione di massa solleva interrogativi fondamentali sulla sostenibilità economica del Proof-of-Work e sul futuro della sicurezza della rete Bitcoin, proprio mentre l'oro fisico registra nuovi massimi storici in una correlazione inversa che sembra validare la tesi del "ricalcolo del valore".
L'analisi di Michael Green, conosciuto come Professor Plum, evidenzia una divergenza drammatica tra prezzo e costi operativi che sta mettendo a nudo le vulnerabilità strutturali del modello economico di Bitcoin. Da ottobre 2025, il prezzo di BTC è crollato del 27%, scivolando dagli oltre 110.000 dollari agli attuali 85.000 dollari circa, mentre l'hashrate della rete è calato solo del 5-8%. Questa forbice rappresenta le "fauci della morte" per i miner: stanno eseguendo la stessa quantità di lavoro computazionale per il 27% di ricavi in meno, con un costo totale di produzione (incluso il deprezzamento delle attrezzature) che si aggira intorno ai 130.000 dollari per BTC.
Il punto di rottura sta nel cambio di paradigma energetico. I miner pubblici, con miliardi di dollari in capex già spesi, continuano a operare finché il prezzo rimane sopra il costo marginale cash di circa 85.000 dollari. Tuttavia, la differenza cruciale rispetto ai precedenti bear market è che i datacenter per AI pagano 3-4 volte il ricavo per kilowattora rispetto al mining di Bitcoin. Almeno otto società quotate in borsa specializzate nel mining – tra cui Core Scientific, Riot, MARA Holdings, Cipher Mining, TeraWulf, CleanSpark, IREN, Bitfarms e Bit Digital – hanno annunciato piani di pivot parziale o totale verso l'AI negli ultimi 18 mesi.
La società Bitfarms ha dichiarato che completerà la transizione verso AI e high-performance computing entro il 2027, nonostante il mining di Bitcoin rimanga tecnicamente profittevole. Il CEO Ben Gagnon ha affermato: "Il mining di Bitcoin è ancora redditizio. È che l'HPC crea molto più valore per unità di energia e lo fa in modo prevedibile per anni nel futuro, al punto che l'azienda non può giustificare ulteriori investimenti nel mining di Bitcoin". Secondo ricerche di CoinShares, le società pubbliche di mining hanno annunciato contratti per AI e HPC per un valore complessivo superiore a 43 miliardi di dollari negli ultimi mesi.
Questa emorragia di potenza computazionale dalla rete Bitcoin pone un rischio concreto di centralizzazione e vulnerabilità agli attacchi del 51%. Se l'hashrate continua a diminuire mentre il prezzo ristagna, la rete diventa progressivamente più esposta a potenziali manipolazioni. La concentrazione geografica dei miner si è spostata dalla Cina agli Stati Uniti dopo il ban del 2021, e ora sta migrando verso regioni africane dove i costi energetici sono inferiori ma dove, secondo Green, gli operatori potrebbero essere "meno incentivati" verso comportamenti corretti. L'ulteriore minaccia del quantum computing e il prossimo halving del 2028 – che dimezzerà i ricavi per hash a meno che il prezzo di Bitcoin non raddoppi – completano un quadro di pressioni sistemiche senza precedenti.
Sul fronte della domanda, il "bid passivo" fornito dagli ETF spot su Bitcoin ha subito una drastica riduzione. Per due anni, il complesso degli ETF ha costituito una fonte di acquisti indiscriminata e insensibile al prezzo. Questa spinta si è esaurita, e Bitcoin deve ora trovare nuovi compratori. Green ipotizza che il 2026 possa iniziare con un rimbalzo guidato da ribilanciamenti di portafoglio e tax-loss harvesting del 2025, portando potenzialmente il prezzo verso i 110.000 dollari per completare un pattern distributivo di testa e spalle. Tuttavia, senza flussi di cassa endogeni – dividendi, earnings o una quota significativa delle commissioni di transazione – Bitcoin manca di un feedback loop stabilizzante e dipende esclusivamente da meccanismi riflessivi basati sul sentiment.
La differenza fondamentale tra Bitcoin e oro emerge con chiarezza brutale: l'oro, una volta estratto, non consuma ulteriore energia. È chimicamente inerte, costa praticamente zero mantenerlo in un caveau, e il suo valore non dipende da un'infrastruttura energetica continua. Bitcoin, al contrario, richiede una "combustione calorica massiccia e continua" di elettricità solo per impedire il collasso della rete. In un'era di "economia della scarsità" dove l'energia è rivalente e costosa – con l'AI che ne assorbe quantità crescenti – il "costo di carry" di Bitcoin aumenta strutturalmente, mentre quello dell'oro rimane invariato.
Le banche centrali e il Sud globale stanno acquistando oro a ritmo record, mentre gli investitori retail occidentali sono paralizzati dalle perdite crypto. La tesi di Green, formulata nell'aprile 2025, sosteneva che 1,7 trilioni di dollari confluiti in Bitcoin avevano creato uno "sconto ombra" del 30-50% sul prezzo dell'oro, deviando flussi monetari verso un asset più veloce ma energeticamente costoso. Otto mesi dopo, i flussi di capitale tra Bitcoin e oro sono diventati negativamente correlati, validando l'ipotesi che la rimozione del "bid shadow" stia riportando quel premio al "Re dei Metalli".
Il caso di MicroStrategy (ora Strategy Inc, ticker MSTR) incarna perfettamente il dilemma. La società detiene circa 674.000 BTC acquisiti a un costo medio di 74.000 dollari, rappresentando oltre il 3% dell'offerta totale che esisterà mai. Con un rapporto mNAV (market cap diviso per il valore netto degli asset in Bitcoin) sceso a circa 1,02, il titolo vale appena più del Bitcoin sottostante. Strategy ha una riserva di cassa da 2,25 miliardi di dollari e debito non collateralizzato di 8,2 miliardi in convertible notes senza scadenze prima del 2028. La strategia del "buy the dip" funziona fino a quando il mercato accetta di sottoscrivere nuove emissioni di equity o debito a valutazioni accettabili. Se il prezzo di Bitcoin scende e gli investitori rifiutano di comprare ulteriori convertibles, la leva operativa si trasforma in un acceleratore di perdite.
Un crollo di Bitcoin sotto i 13.000 dollari – dove il valore delle holdings eguaglierebbe circa il totale delle obbligazioni e delle preferenze – porrebbe MSTR in territorio di insolvenza e potenziale liquidazione forzata. Sebbene questo scenario richieda un calo dell'85-90% dai livelli attuali, rientra nei precedenti storici (il drawdown del 2022 fu del 77%). Dal punto di vista tecnico, Bitcoin sta attualmente testando livelli di supporto critici. Un grafico settimanale mostra una formazione a cuneo ascendente e una potenziale testa e spalle incompleta, entrambi pattern ribassisti. I livelli di supporto chiave si trovano a 75.000, 55.000, 40.000 e 25.000 dollari. Un calo del 75% dal picco – routine nella storia di Bitcoin – porterebbe i prezzi nella fascia bassa dei 30.000 dollari.
La narrativa del "debasement trade" si è scissa. Oro, argento e persino azioni continuano a beneficiare della perdita di fiducia nelle politiche fiscali e monetarie. Bitcoin ha divergito, probabilmente perché il mercato ha iniziato a prezzare la differenza tra un asset che esiste al di fuori della griglia energetica e uno che ne dipende vitalmente. La fiducia nelle banche centrali, non le fluttuazioni del dollaro, ha storicamente guidato il prezzo dell'oro: dal Nixon Shock del 1971 al bottom di Gordon Brown nel 1999, dalla crisi del debito europeo del 2011 al "Whatever it Takes" di Draghi nel 2012, fino agli eccessi di QE e stimoli fiscali pandemici che hanno eroso nuovamente la credibilità istituzionale.
L'oro non crede che la Fed sia sotto controllo, che il Congresso sia sotto controllo, che i deficit di bilancio siano sotto controllo o che Trump sia sotto controllo. Con una proposta di aumento della spesa militare da 500 miliardi di dollari (5,8 trilioni in dieci anni con gli interessi), promesse di "gestire il Venezuela" e minacce di annettere la Groenlandia "nel modo facile o nel modo difficile", l'incertezza geopolitica e fiscale alimenta la fuga verso l'unico "oro vero" che brilla senza consumare elettricità. Il mercato sta consegnando il verdetto: nell'era della competizione per l'energia tra AI e mining, vince la roccia che non fa nulla.