La battaglia per definire le regole del gioco nel mercato crypto americano sta entrando nella sua fase più critica, con implicazioni che si estendono ben oltre i confini degli Stati Uniti e che toccano direttamente chiunque detenga stablecoin o utilizzi piattaforme di intermediazione digitale. Al centro dello scontro non c'è tanto la tecnologia blockchain in sé, quanto una domanda fondamentale: chi ha il diritto di offrire un'esperienza di "dollaro digitale" ad alto rendimento, e secondo quali regole? La Casa Bianca ha alzato la posta in gioco fissando una scadenza al 1° marzo per far avanzare il cosiddetto "crypto market structure bill", trasformando quello che sembrava un dibattito tecnico in una vera e propria partita politica ad alto livello.
Il nodo gordiano attorno a cui ruota tutto è semplice: le stablecoin possono generare rendimento per chi le detiene? Secondo quanto riportato dall'account X Bull Theory, la linea rossa emersa dai tavoli negoziali guidati direttamente dalla Casa Bianca è netta — nessun rendimento sui saldi inattivi in stablecoin. Questa posizione non è casuale: riflette la pressione del sistema bancario tradizionale, che vede nelle stablecoin ad alto rendimento un pericoloso concorrente capace di drenare depositi senza sottostare alle stesse regole prudenziali.
La questione è però già parzialmente risolta sul piano legislativo, e questo è il punto che molti commentatori crypto sembrano sottovalutare. Il GENIUS Act (Public Law 119–27) è già legge federale negli Stati Uniti e vieta esplicitamente a qualsiasi emittente autorizzato di payment stablecoin — comprese le entità straniere — di corrispondere interessi o rendimenti ai detentori, indipendentemente dal motivo per cui trattengono quei token. La norma incorpora anche un meccanismo di tutela sistemica: le stablecoin che minacciano la stabilità bancaria o il Fondo di Assicurazione dei Depositi possono essere soggette a limiti ulteriori, incluse restrizioni sull'emissione da parte di grandi società non finanziarie quotate.
Allora perché il dibattito sui "rewards" è ancora aperto? Perché le regole sugli emittenti non si trasferiscono automaticamente agli intermediari. Wallet, exchange centralizzati (CEX), app di pagamento e altri operatori possono tecnicamente aggirare il divieto ricostruendo un'esperienza simile allo yield tramite meccanismi di rebate, programmi a punti o crediti. È precisamente su questo fronte che le banche stanno spingendo per una chiusura totale, mentre le piattaforme crypto resistono difendendo la flessibilità commerciale dei propri modelli di business.
Sul versante della struttura di mercato più ampia, il Congresso americano ha già fatto passi concreti. L'H.R. 3633, noto come CLARITY Act, ha superato la Camera dei Rappresentanti con un voto bipartisan di 294 a 134 il 17 luglio 2025, per poi approdare al Senato nel settembre successivo. Il Congressional Research Service descrive il testo come una riconfigurazione delle competenze regolatorie che assegna alla Commodity Futures Trading Commission (CFTC) un ruolo centrale sui "digital commodity" e sugli intermediari collegati, preservando al contempo parte dell'autorità della SEC sulle transazioni nel mercato primario. Crucialmente, la definizione di "digital commodity" nel CLARITY Act esclude esplicitamente le stablecoin, che rimangono sotto il dominio del GENIUS Act con effetti di spillover sulla struttura di mercato complessiva.
Il percorso al Senato non è privo di ostacoli: la Commissione Banking ha già rinviato una sessione esecutiva sul CLARITY Act prevista per gennaio 2026, segnalando che le resistenze politiche interne restano significative. Tuttavia, il supporto istituzionale è cresciuto in modo rilevante: Paul Atkins, Chairman della SEC, ha dichiarato pubblicamente di sostenere pienamente l'approvazione della legge, definendo un framework federale per i mercati crypto "atteso da troppo tempo" e indicando la legislazione come il solo strumento capace di rendere il sistema normativo "a prova di futuro".
Per gli investitori e gli operatori europei — soggetti al regolamento MiCA già pienamente operativo — questa evoluzione normativa americana ha una doppia rilevanza. Da un lato, chiarisce che la stretta sugli yield delle stablecoin non è una peculiarità europea ma una tendenza globale, rafforzando la logica del framework MiCA. Dall'altro, apre interrogativi competitivi: se le piattaforme USA non potranno offrire rendimenti sulle stablecoin, le alternative europee o offshore potrebbero attrarre flussi di capitale significativi dai detentori retail che cercano esposizione al dollaro digitale con un ritorno economico.
Il quadro che si delinea è quello di un sistema in cui la distinzione tra prodotto bancario e prodotto crypto si assottiglia progressivamente sotto la pressione regolatoria, mentre le deadline politiche accelerano negoziati che potrebbero ridisegnare i modelli di revenue di interi segmenti dell'ecosistema DeFi e CeFi. I prossimi step da monitorare con attenzione sono l'esito del voto in commissione al Senato sul CLARITY Act, l'eventuale testo finale sugli yield degli intermediari, e la risposta del mercato stablecoin — in termini di innovazione strutturale — a vincoli normativi sempre più stringenti su entrambe le sponde dell'Atlantico.