Il settore crypto si trova a un bivio cruciale: dopo oltre un decennio di sviluppo tecnologico intenso, la comunità blockchain non è ancora riuscita a conquistare l'utente comune. Questa è stata la conclusione più scomoda emersa dall'ETH Denver, la conferenza annuale dedicata all'ecosistema Ethereum, dove i toni si sono rivelati più autocritici che celebrativi. In un momento in cui il mercato continua a mostrare debolezza, due voci di peso hanno scelto di puntare il dito non verso i fattori macroeconomici, ma verso un problema strutturale che l'industria tende a ignorare: la totale inadeguatezza dei prodotti consumer Web3.
John Paller, fondatore di ETH Denver, ha sintetizzato il paradosso con una brutalità disarmante: "In dieci anni abbiamo costruito una quantità straordinaria di tecnologia, architettura, scaffolding e sistemi infrastrutturali che alimentano questa rivoluzione. Ma ciò in cui siamo stati epicamente scarsi è convincere le persone comuni a usare cose comuni." Una critica che suona come un atto d'accusa interno, provenendo proprio dal fondatore di uno degli eventi più rappresentativi dell'ecosistema.
La visione originale del Web3 prometteva la decentralizzazione di ogni strumento digitale — dai social network ai sistemi di pagamento, dalle piattaforme di contenuti ai servizi finanziari. Quella promessa, a oggi, non si è materializzata. Paller individua il nodo del problema nella difficoltà strutturale di coordinamento che la decentralizzazione porta con sé: rendere i sistemi trustless li rende inevitabilmente più complessi da gestire per chi li costruisce e da utilizzare per chi li adotta.
Il metro di giudizio è impietoso: la regola aurea dell'adozione tecnologica richiede che un nuovo prodotto sia più economico, migliore o più veloce del precedente. Secondo Paller, le blockchain non soddisfano nessuno di questi criteri nell'uso quotidiano. "Stiamo chiedendo alle persone di rinunciare alla certezza assoluta di qualcosa di più economico, migliore o più veloce, in cambio di un'etica." Un argomento che risuona con particolare forza nel contesto europeo, dove l'utente medio è già diffidente verso le criptovalute anche a causa del quadro normativo ancora in evoluzione — tra le direttive MiCA dell'Unione Europea e le indicazioni della Consob sul piano domestico.
Zachary Williamson, co-fondatore dell'Aztec Foundation — l'organizzazione no-profit che supporta l'omonima blockchain layer-2 su Ethereum con focus sulla privacy — ha ampliato la critica collegandola alla reputazione sistemica del settore. Il suo giudizio è netto: il crypto ha un problema d'immagine che non può essere risolto solo con la comunicazione, ma richiede prodotti radicalmente migliori. Farcaster, il social network decentralizzato più citato come alternativa a Facebook, non offre un'esperienza superiore. I payment rail crypto — i protocolli di pagamento basati su blockchain — risultano ancora più macchinosi rispetto a soluzioni Web2 come PayPal o Satispay.
La barriera tecnica rimane il principale ostacolo all'adozione di massa. Per usare qualsiasi applicazione crypto, un utente deve comprendere il concetto di wallet (portafoglio digitale), gestire chiavi private, acquistare criptovalute tramite on-ramp spesso complicati — ovvero i servizi che convertono valuta fiat in crypto — e sostenere gas fee variabili. Williamson è diretto: "Devi sapere di crypto per usare un'app crypto, perché l'UX fa schifo." Un circolo vizioso che esclude sistematicamente chi non è già parte dell'ecosistema.
La soluzione immaginata da Williamson ribalta completamente il paradigma narrativo dominante: il successo della blockchain non sarà visibile. "Il caso di successo per la blockchain è che non hai la blockchain. Hai semplicemente app che usano la blockchain." Un'infrastruttura invisibile, esattamente come oggi nessun utente pensa ai protocolli TCP/IP quando naviga su internet. Paller ha rinforzato questo punto con un parallelo storico: le prime conferenze internet erano dominate da discussioni sui layer protocollari, non sulle app. Oggi nessuno parla più di HTTP, ma tutti discutono di quale piattaforma usare.
Williamson vede nell'intelligenza artificiale un potenziale acceleratore di questa transizione: l'AI potrebbe abbattere parte della complessità tecnica che oggi scoraggia l'utente comune, fungendo da strato di astrazione tra l'utente e i meccanismi blockchain sottostanti. È uno scenario che diversi sviluppatori stanno già esplorando, con agenti AI capaci di gestire wallet e transazioni on-chain in modo autonomo per conto dell'utente.
Entrambi i fondatori interpretano l'attuale fase di mercato ribassista non come una crisi, ma come un momento di selezione necessaria. Williamson ha usato un'immagine efficace per descrivere lo stato attuale dell'ecosistema: il rapporto tra "volume di cose inutili" e "volume di cose buone" è ancora pesantemente sbilanciato verso le prime. Rug pull, token speculativi senza utilità, meme coin e schemi Ponzi continuano a definire la percezione pubblica del settore, oscurando i progetti con fondamentali solidi. Per chi investe o costruisce nell'ecosistema, il messaggio è chiaro: la prossima fase di crescita dipenderà dalla capacità di portare su blockchain esperienze che competano — e vincano — contro le alternative centralizzate su ogni metrica che conta per l'utente finale.