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Trump causa il calo di Bitcoin secondo Krugman

Tempo di lettura 4 min
Serena Bianchi
Di Serena Bianchi
Trump causa il calo di Bitcoin secondo Krugman

Il mercato delle criptovalute si trova ancora una volta al centro di un dibattito che mescola economia, politica e speculazione. L'economista premio Nobel Paul Krugman, da sempre critico verso Bitcoin (BTC), ha pubblicato questa settimana sul suo blog Substack un'analisi che collega direttamente il recente calo del prezzo della principale criptovaluta al crollo nei sondaggi del presidente americano Donald Trump. Secondo Krugman, Bitcoin è diventato di fatto una scommessa sul trumpismo, e il declino politico del leader repubblicano si riflette inevitabilmente sulle quotazioni dell'asset digitale. La tesi, per quanto provocatoria, riaccende il dibattito sulla natura speculativa di BTC e sul suo legame con le dinamiche politiche statunitensi.

Il ragionamento di Krugman si basa su una premessa chiara: Trump ha costruito durante la campagna elettorale del 2024 un'alleanza strategica con l'industria crypto, ricevendo donazioni significative dai principali attori del settore e promettendo in cambio politiche favorevoli. La famiglia Trump ha persino lanciato diverse iniziative legate agli asset digitali, culminate con il controverso meme coin Official Trump su blockchain Solana (SOL), rilasciato pochi giorni prima dell'insediamento alla Casa Bianca. Questo intreccio tra potere politico e interessi crypto ha trasformato Bitcoin in quello che i trader chiamano "Trump trade", un asset la cui performance è direttamente correlata alle fortune politiche del presidente.

I dati di mercato sembrano confermare almeno parzialmente questa correlazione. Bitcoin ha toccato il suo massimo storico a 126.080 dollari a gennaio 2025, sulla scia dell'entusiasmo post-elettorale e delle aspettative di regolamentazione favorevole. Da quel picco, però, la principale criptovaluta ha subito un crollo di quasi il 30%, attestandosi attualmente intorno ai 90.348 dollari secondo CoinGecko. Il minimo degli ultimi sette mesi è stato registrato la scorsa settimana a circa 81.000 dollari, alimentando speculazioni sull'ingresso in un mercato ribassista.

Il calo di Bitcoin del 30% dal massimo storico coincide con il deterioramento dei sondaggi presidenziali e l'escalation della guerra commerciale globale

La volatilità recente non può essere attribuita esclusivamente alle dinamiche politiche interne. La guerra commerciale scatenata dall'amministrazione Trump ha generato onde d'urto sui mercati finanziari globali, crypto incluso. L'episodio più drammatico si è verificato il 10 aprile, quando minacce tariffarie contro la Cina hanno provocato liquidazioni record per 19 miliardi di dollari nel mercato crypto, un evento che ha ricordato ai veterani del settore i momenti più bui del 2022. Questo dimostra come Bitcoin, pur presentandosi come asset decorrelato, rimanga vulnerabile agli shock macroeconomici tradizionali.

Krugman non si limita all'analisi politica, ma rilancia la sua critica di fondo alle criptovalute. Secondo l'economista, Bitcoin ha sostanzialmente fallito nel trovare casi d'uso concreti: "Non è denaro, non è un mezzo di scambio utilizzabile per effettuare pagamenti, non è una copertura contro l'inflazione", scrive nel suo post. La tesi è che BTC si comporti essenzialmente come un titolo tecnologico ad altissima volatilità, privo di fondamentali economici solidi e guidato esclusivamente dalla speculazione e dalle narrazioni del momento.

Nonostante il sentiment negativo di parte dell'establishment economico tradizionale, il mercato mostra segnali contrastanti. Gli utenti di Myriad, il prediction market gestito dalla società madre di Decrypt, attribuiscono una probabilità superiore al 70% a uno scenario in cui Bitcoin torni sopra i 100.000 dollari prima di scendere sotto i 69.000 dollari. Questo ottimismo persiste nonostante le turbolenze recenti e le incertezze politiche, suggerendo che una parte significativa degli investitori continua a vedere valore nell'asset di lungo termine.

La critica di Krugman solleva questioni fondamentali sulla maturità del mercato crypto. Se Bitcoin è davvero così strettamente legato alle fortune politiche di un singolo leader, può davvero aspirare a essere un asset di riserva globale decentralizzato? Il paradosso è evidente: una tecnologia nata per sottrarsi al controllo politico e finanziario centralizzato si trova ora, secondo questa analisi, ostaggio delle dinamiche di consenso di un'amministrazione presidenziale. Questo interrogativo resta centrale per comprendere se il rally crypto del 2024-2025 sia stato un genuino progresso nell'adozione mainstream o semplicemente l'ennesima fase speculativa alimentata da narrazioni politiche temporanee.

La questione regolatoria rimane cruciale per il futuro del settore. Mentre negli Stati Uniti l'amministrazione Trump ha firmato alcune normative favorevoli al crypto, l'Europa prosegue con l'implementazione del regolamento MiCA, che mira a creare un quadro più strutturato ma potenzialmente più restrittivo. La divergenza regolatoria tra le due sponde dell'Atlantico potrebbe ridefinire la geografia dell'industria crypto nei prossimi anni, indipendentemente dalle performance di breve termine legate alla volatilità politica statunitense.

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