Il mondo crypto è stato scosso da rivelazioni che potrebbero ridefinire gli equilibri geopolitici del settore: il Venezuela avrebbe accumulato in segreto una riserva di Bitcoin (BTC) del valore stimato di 60 miliardi di dollari, quasi il doppio delle holding statunitensi. Se confermate, queste cifre posizionerebbero il regime di Caracas tra i maggiori whale istituzionali globali, con implicazioni profonde per i mercati e per il dibattito sulla sovranità monetaria digitale. La notizia arriva in un momento in cui le criptovalute stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nelle strategie nazionali, con gli Stati Uniti che hanno formalmente istituito una riserva strategica di Bitcoin sotto l'amministrazione Trump, trasformando quello che era considerato un asset marginale in un nuovo pilastro della geopolitica finanziaria.
Secondo l'inchiesta pubblicata da Project Brazen, il governo venezuelano guidato dall'ex presidente Nicolás Maduro avrebbe accumulato questi fondi attraverso tre canali principali: uno swap di oro gestito dal Ministro dell'Interno Alex Saab nel 2018, ricavi petroliferi denominati in Bitcoin, e il sequestro massiccio di apparecchiature di mining ai miner operanti nel paese. Le sanzioni internazionali che hanno isolato il Venezuela dai mercati finanziari tradizionali per anni avrebbero spinto il regime a cercare vie alternative per movimentare capitali, trovando nelle criptovalute lo strumento ideale per aggirare le restrizioni bancarie occidentali.
Il contrasto tra le cifre riportate è stridente e solleva interrogativi metodologici cruciali. Mentre Project Brazen stima 60 miliardi di dollari in BTC, il database specializzato Bitcointreasuries.net riporta holding ufficiali di appena 240 bitcoin, equivalenti a circa 22 milioni di dollari, basandosi su dati blockchain analytics del 2022. A titolo di confronto, gli Stati Uniti detengono ufficialmente 328.372 BTC per un valore di 30 miliardi di dollari, accumulati principalmente attraverso sequestri delle forze dell'ordine in operazioni contro darknet market e casi di riciclaggio.
Lo scetticismo nella comunità crypto è palpabile. Mauricio di Bartolemo, co-fondatore della piattaforma di servizi finanziari digitali Ledn e venezuelano di origine, ha pubblicamente contestato le affermazioni in un editoriale su Coindesk. Di Bartolemo, la cui famiglia opera nel mining crypto in Venezuela dal 2014, ritiene che nessuna delle tre fonti di accumulo sia credibile: "La corruzione dilagante e la sistematica sottrazione di fondi rendono implausibile che cifre significative siano state realmente accantonate", ha dichiarato. La sua esperienza diretta include il sequestro delle apparecchiature di mining della famiglia nel 2018, restituite cinque anni dopo in condizioni degradate, segno di utilizzo intensivo da parte delle autorità.
Sul terreno, la realtà crypto venezuelana si articola diversamente. Le stablecoin hanno conquistato una penetrazione massiccia tra la popolazione come protezione dall'iperinflazione che ha devastato il bolivar. Le rimesse transfrontaliere vengono sempre più regolate in USDT o USDC, con differenziali di cambio più favorevoli rispetto al contante fisico. Questo utilizzo retail diffuso contrasta con l'ipotesi di accumuli strategici governativi, suggerendo una narrativa più frammentata dove il regime potrebbe aver estratto valore dal settore senza necessariamente convertirlo in holding a lungo termine.
Le implicazioni per i mercati sono significative anche se le cifre restano non verificate. L'eventuale esistenza di una riserva venezuelana di tale portata rappresenterebbe una concentrazione di BTC sufficiente a influenzare la price action in caso di liquidazione, specialmente considerando che 60 miliardi rappresenterebbero circa il 3% della capitalizzazione totale di Bitcoin. Con gli Stati Uniti che ora esercitano influenza diretta sul Venezuela dopo dichiarazioni ambigue dell'amministrazione Trump sul "gestire" il paese, il destino di eventuali wallet governativi venezuelani rimane incerto.
La vicenda sottolinea la crescente rilevanza geopolitica delle criptovalute come strumento di statecraft. Dalla classificazione di Bitcoin come "oro digitale" da parte di Trump alla firma dell'executive order per la riserva strategica nazionale, le crypto sono migrate dalla nicchia libertarian al mainstream della politica economica. Il caso venezuelano, reale o esagerato, dimostra come asset permissionless e resistenti alla censura possano servire tanto strategie di sanction evasion quanto ambizioni di sovranità monetaria, ridefinendo i contorni del potere finanziario globale in un'era sempre più multipolare e digitale.