Il sistema giudiziario sudcoreano ha stabilito un precedente fondamentale per il settore crypto del paese asiatico, confermando che i Bitcoin (BTC) custoditi su exchange centralizzati possono essere oggetto di sequestro da parte delle autorità nell'ambito di indagini penali. La Corte Suprema ha respinto definitivamente il ricorso di un individuo accusato di riciclaggio, chiudendo una controversia legale che aveva implicazioni significative per l'intero ecosistema crypto nazionale. Con oltre 16 milioni di cittadini – circa un terzo della popolazione – che detengono asset digitali su piattaforme domestiche, la sentenza rappresenta una chiarificazione cruciale sul trattamento legale delle criptovalute nel paese con uno dei più alti tassi di adozione al mondo.
La vicenda ha origine nel 2020, quando le forze dell'ordine hanno sequestrato 55,6 Bitcoin da un account exchange intestato a un individuo identificato come signor A, nell'ambito di un'indagine per riciclaggio di denaro. Al momento del sequestro, gli asset valevano circa 600 milioni di won coreani, equivalenti a circa 413.000 dollari. L'indagato ha successivamente contestato la legittimità del sequestro, sostenendo che i Bitcoin detenuti su un exchange non potessero essere considerati oggetti fisici ai sensi dell'Articolo 106 del Codice di Procedura Penale sudcoreano, che consente alle autorità di sequestrare prove o beni suscettibili di confisca se collegati a un caso criminale.
Il Tribunale del Distretto Centrale di Seoul aveva inizialmente respinto la mozione, confermando la legalità del sequestro. Non soddisfatto, il signor A ha presentato un ulteriore ricorso alla Corte Suprema lo scorso dicembre, tentando di far valere l'argomento secondo cui le criptovalute, essendo prive di forma fisica, non rientrerebbero nell'ambito applicativo della normativa sul sequestro. La strategia difensiva puntava a sfruttare la natura immateriale degli asset digitali per creare una zona grigia giuridica che potesse proteggere i fondi crypto da azioni legali.
La Corte Suprema ha tuttavia demolito questa interpretazione, stabilendo che secondo il Codice di Procedura Penale sudcoreano, gli obiettivi di sequestro includono sia oggetti tangibili che informazioni elettroniche. I giudici hanno specificato che il Bitcoin, "in quanto token elettronico con capacità di essere gestito, scambiato e sostanzialmente controllato in modo indipendente in termini di valore economico", si qualifica come asset passibile di sequestro da parte di tribunali o agenzie investigative.
La sentenza si inserisce in un framework giuridico progressivamente consolidato dalla giurisprudenza sudcoreana negli ultimi anni. Già nel 2018, la Corte Suprema aveva stabilito che Bitcoin costituisce una proprietà immateriale con valore economico e può essere confiscato se ottenuto attraverso attività criminali. Nello stesso anno, i token crypto erano stati riconosciuti come asset divisibili nei procedimenti di divorzio, aprendo la strada a una considerazione sempre più ampia delle criptovalute come forme legittime di proprietà.
Nel 2021, la Corte aveva ulteriormente chiarito che Bitcoin costituisce un asset virtuale che incorpora valore economico ed è considerato un interesse patrimoniale ai sensi del diritto penale. Questa progressiva evoluzione giurisprudenziale riflette l'approccio pragmatico delle autorità sudcoreane, che hanno dovuto adattare il sistema legale tradizionale alla rapida diffusione degli asset digitali nel paese. La sentenza attuale rappresenta quindi non un cambio di rotta, ma piuttosto la conferma definitiva di un orientamento già consolidato.
La decisione sudcoreana si allinea con tendenze simili osservate in altre giurisdizioni avanzate. Il mese scorso, il Regno Unito ha approvato una legislazione che riconosce formalmente gli asset digitali come proprietà, conferendo loro lo stesso status legale delle forme tradizionali di proprietà. La normativa britannica mira a fornire orientamenti più chiari ai tribunali che trattano casi riguardanti furto, successioni e insolvenza relativi agli asset crypto, basandosi sulle raccomandazioni della Law Commission of England and Wales.
Etay Katz, responsabile degli asset digitali presso lo studio legale Ashurst, aveva commentato la legislazione britannica come "un riconoscimento statutario benvenuto e tempestivo della qualità fondamentale di proprietà negli asset crypto". Queste misure legislative rappresentano tentativi sistemici di migliorare la chiarezza e l'applicazione normativa nei casi che coinvolgono asset digitali, particolarmente dove sono in gioco proventi criminali e recupero di beni.
Per il mercato crypto sudcoreano, la sentenza comporta implicazioni pratiche significative. Gli utenti che detengono fondi su exchange centralizzati devono essere consapevoli che tali asset possono essere sequestrati dalle autorità nel corso di indagini penali, similmente a quanto avviene con i conti bancari tradizionali. Questa equiparazione rafforza la natura property-like delle criptovalute agli occhi del legislatore, ma solleva anche questioni sulla custodia e sulla necessità per gli investitori di considerare soluzioni di self-custody tramite wallet non custodial per preservare il controllo completo sui propri fondi.
Il caso evidenzia inoltre le crescenti capacità investigative delle autorità nel tracciare e confiscare asset digitali, un aspetto che diventa sempre più rilevante con l'aumentare dell'adozione crypto. La trasparenza della blockchain Bitcoin, paradossalmente, facilita il lavoro delle forze dell'ordine nel identificare e bloccare fondi sospetti, specialmente quando questi sono custoditi su piattaforme centralizzate che devono conformarsi alle normative KYC e AML.
Guardando avanti, la sentenza potrebbe influenzare il dibattito normativo in corso in Corea del Sud e in altri paesi asiatici con elevati tassi di adozione crypto. Mentre la chiarezza legale è generalmente positiva per l'ecosistema, rafforzando la legittimità degli asset digitali, il riconoscimento esplicito della sequestrabilità dei fondi crypto potrebbe spingere una parte degli investitori verso soluzioni di custodia decentralizzate o verso exchange che operano in giurisdizioni con framework normativi differenti.