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Bitcoin crolla: Krugman e il "Trump trade"

Tempo di lettura 4 min
Valentina Romano
Di Valentina Romano
Bitcoin crolla: Krugman e il "Trump trade"

Il crollo di Bitcoin (BTC) dalle vette di 126.000 dollari raggiunte a febbraio fino agli attuali 87.000 dollari non è solo una correzione tecnica di mercato, ma il sintomo di un fenomeno più ampio: lo sgretolamento di quella che l'economista premio Nobel Paul Krugman definisce la "Trump trade". Secondo l'analisi dell'ex editorialista del New York Times, ora attivo su Substack, esiste una correlazione diretta tra l'indebolimento politico del presidente statunitense e la performance dell'asset digitale per eccellenza. In un mercato che ha visto evaporare oltre 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione complessiva delle criptovalute, questa interpretazione solleva interrogativi cruciali sulla reale natura degli investimenti in crypto: sono davvero asset decentralizzati o semplicemente scommesse sulla politica americana?

La tesi di Krugman si basa su un'osservazione empirica difficile da ignorare: Bitcoin ha perso oltre il 30% del suo valore in un mese, toccando il minimo semestrale di 81.000 dollari proprio mentre l'amministrazione Trump mostrava i primi significativi segni di fragilità. Il sell-off ha colpito duramente anche la famiglia presidenziale, con American Bitcoin, la società di mining sostenuta da Eric Trump e Donald Trump Jr., che ha visto evaporare parte della sua valutazione da 5 miliardi di dollari raggiunta al debutto sul Nasdaq lo scorso settembre. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, le perdite del clan Trump nel settore crypto ammonterebbero a circa 1 miliardo di dollari.

L'intreccio tra politica e investimenti in asset digitali non è mai stato così evidente. Trump detiene personalmente 870 milioni di dollari in Bitcoin, rendendolo uno dei maggiori whale individuali del mercato, mentre un'analisi di Fortune pubblicata a marzo stimava che le sue crypto-holdings costituissero circa 3 miliardi di dollari del suo patrimonio netto complessivo. Questa massiccia esposizione al settore ha guidato una serie di politiche pubbliche dichiaratamente pro-crypto: dalla proposta di una riserva strategica nazionale in Bitcoin all'ordine esecutivo firmato ad agosto che consente ai cittadini americani di allocare i risparmi pensionistici in criptovalute.

Un Trump indebolito è meno capace di imporre la sua volontà su tutti i fronti, inclusi gli sforzi per promuovere il crypto

Le mosse più controverse dell'amministrazione hanno incluso la grazia concessa lo scorso mese a Changpeng Zhao, founder di Binance, che si era dichiarato colpevole nel 2023 di violazioni alle leggi antiriciclaggio statunitensi mentre era CEO dell'exchange. Questo interventismo diretto ha creato un ambiente normativo favorevole che molti trader hanno interpretato come un "put presidenziale" sui prezzi delle crypto, simile concettualmente al "Greenspan put" che caratterizzò i mercati azionari negli anni '90.

Secondo Krugman, il collegamento tra performance di Bitcoin e fortuna politica di Trump emerge chiaramente nei dati storici recenti. Il crollo di marzo, ad esempio, coincise con l'ipotesi presidenziale di imporre dazi aggiuntivi del 100% sulla Cina, mentre l'attuale phase ribassista si sovrappone a vittorie democratiche decisive alle elezioni locali e al crescente dissenso bipartisan su questioni come la pubblicazione dei file Epstein. Il consenso repubblicano verso la gestione economica di Trump si sta sgretolando, con preoccupazioni crescenti su quella che gli analisti definiscono una "K-shaped economy" che favorisce i ricchi a scapito delle classi medie.

L'economista cita il giornalista Josh Marshall per sostenere che "il potere è unitario": una percezione di debolezza in un'area si propaga inevitabilmente ad altri ambiti di influenza presidenziale, incluso il sostegno al settore crypto. In sostanza, Bitcoin sarebbe diventato un proxy trade sulla capacità di Trump di mantenere il controllo politico e di continuare a garantire un ombrello regolamentare favorevole all'industria.

Dal punto di vista del mercato europeo, questa dinamica solleva questioni rilevanti anche per gli investitori italiani. Mentre gli Stati Uniti oscillano tra interventismo pro-crypto e instabilità politica, l'Unione Europea procede con l'implementazione graduale del regolamento MiCA (Markets in Crypto-Assets), che offre un framework normativo più prevedibile ma potenzialmente più restrittivo. La volatilità politica americana potrebbe paradossalmente rendere più attraente l'approccio europeo basato su regole chiare piuttosto che su favori presidenziali.

La Casa Bianca ha respinto l'interpretazione di Krugman attraverso il portavoce Kush Desai, definendo "moronica" l'idea che fattori non economici legati alla presidenza possano influenzare il prezzo di Bitcoin, sottolineando invece le politiche concrete implementate per favorire il settore. Tuttavia, la correlazione temporale tra eventi politici e movimenti di prezzo rimane statisticamente significativa e difficile da ignorare per chiunque operi nei mercati crypto.

Per gli investitori retail e istituzionali, questa situazione rappresenta un campanello d'allarme sulla natura degli asset digitali come Bitcoin. Se la tesi di Krugman è corretta, il principale driver di prezzo non sarebbe la narrativa di "oro digitale" o di protezione dall'inflazione, ma semplicemente l'aspettativa di continuo supporto politico da Washington. Con le elezioni di midterm all'orizzonte e l'incertezza sulla tenuta del consenso repubblicano, la volatilità potrebbe intensificarsi ulteriormente nei prossimi mesi, rendendo essenziale per chi opera nel settore monitorare non solo gli indicatori on-chain ma anche i sondaggi politici e gli sviluppi normativi.

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