Nel cuore dell'Asia centrale, il Kazakhstan si trova nuovamente al centro delle cronache internazionali per questioni legate alle criptovalute, questa volta per un'operazione che ha dell'incredibile per le sue dimensioni. Le autorità locali hanno scoperto e smantellato una rete criminale che per due anni ha sottratto energia elettrica per un valore superiore ai 16 milioni di dollari, dirottandola verso operazioni di mining illegali. La scoperta ha messo in luce non solo l'entità del fenomeno, ma anche il coinvolgimento di dipendenti delle compagnie elettriche locali in quello che si configura come uno dei più grandi furti di energia mai registrati nel settore delle criptovalute.
Un furto da proporzioni metropolitane
L'Agenzia per il Monitoraggio Finanziario (AFM) e il Comitato per la Sicurezza Nazionale (KNB) del Kazakhstan hanno rivelato che oltre 50 megawattora di energia elettrica sono stati illegalmente deviati verso le farm di mining nella regione del Kazakhstan orientale. Per comprendere l'entità del fenomeno, questa quantità di energia sarebbe stata sufficiente per alimentare una città di 50-70.000 abitanti per l'intero periodo dell'operazione illegale.
I responsabili del sistema avevano architettato un meccanismo sofisticato che coinvolgeva dipendenti delle utilities locali, i quali vendevano sottobanco l'elettricità destinata alla popolazione civile, alle strutture sociali e alle imprese strategiche. Il valore complessivo dell'energia sottratta ammonta a oltre nove miliardi di tenge kazakhi, equivalenti a circa 16,5 milioni di dollari statunitensi.
Il sistema normativo violato
La legislazione kazakha in materia di mining di criptovalute è particolarmente rigida e prevede che le farm possano acquistare energia elettrica esclusivamente attraverso una piattaforma statale gestita dal Ministero dell'Energia. Inoltre, ogni transazione è limitata a un massimo di un megawattora per volta, una misura pensata per controllare e monitorare i consumi del settore.
Questa normativa restrittiva nasce dall'esperienza degli ultimi anni, quando il Kazakhstan divenne una destinazione privilegiata per i miner di Bitcoin dopo il divieto totale imposto dalla Cina nel 2021. L'afflusso massiccio di operazioni di mining aveva inizialmente rappresentato un'opportunità economica, ma ben presto si trasformò in un problema infrastrutturale di enormi proporzioni.
Le conseguenze del boom post-Cina
L'eredità del divieto cinese sulle criptovalute continua a influenzare l'equilibrio energetico regionale. Il Kazakhstan, che inizialmente aveva accolto favorevolmente l'industria del mining, si è ritrovato a fare i conti con blackout ricorrenti e collassi della rete elettrica che hanno spinto il governo a inasprire drasticamente le regolamentazioni del settore.
Le autorità hanno sequestrato beni per un valore considerevole: due appartamenti nella capitale e quattro veicoli acquistati con i proventi dell'attività criminale sono stati confiscati su ordine del tribunale. Questa operazione dimostra come i profitti illegali fossero sistematicamente reinvestiti in beni immobili e di lusso.
Un fenomeno regionale in espansione
Il caso kazakho non rappresenta un'anomalia isolata nel panorama post-sovietico. La Russia ha recentemente annunciato misure severe contro chiunque pratichi il mining di criptovalute senza le necessarie autorizzazioni, introducendo anche un registro nazionale per l'hardware dedicato al mining. L'approccio repressivo sembra essere diventato la norma in una regione che cerca di bilanciare le opportunità economiche delle criptovalute con la stabilità delle proprie infrastrutture energetiche.
Contrariamente a questa tendenza, la Francia ha recentemente annunciato piani per destinare l'energia nucleare inutilizzata alle operazioni di mining di Bitcoin, segnalando un approccio completamente diverso alle esigenze energetiche del settore. Al momento della pubblicazione, Bitcoin viene scambiato a 120.260 dollari, registrando un aumento dell'1,3% nelle ultime 24 ore.