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Usa perde terreno nel mining di Bitcoin

Le pool minerarie USA perdono quota nel mining Bitcoin, scendendo al 35% a causa della migrazione verso l'AI, mentre la Cina recupera terreno nonostante il bando.

Redazione Coinlabs Redazione Coinlabs Redazione Coinlabs
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Usa perde terreno nel mining di Bitcoin

Il dominio nordamericano sul mining di Bitcoin sta vivendo un'erosione significativa, con le principali pool minerarie statunitensi che hanno registrato un calo costante della loro quota di blocchi estratti nel corso del 2025. Un trend che assume contorni geopolitici rilevanti, considerando le ambizioni dichiarate dall'amministrazione Trump di rendere gli Stati Uniti la capitale mondiale dell'estrazione di BTC. La causa principale di questo ridimensionamento va ricercata nella corsa frenetica delle aziende minerarie verso la più redditizia infrastruttura dedicata all'intelligenza artificiale, una transizione che sta aprendo spazi di mercato per player tradizionali come la Cina, nonostante il bando ufficiale imposto da Pechino nel 2021.

Secondo i dati pubblicati da BlocksBridge Consulting, Foundry USA, MARA Pool e Luxor Technologies rappresentavano a dicembre il 35% di tutti i blocchi Bitcoin estratti globalmente, in netto calo rispetto al 40% registrato a gennaio dello stesso anno. Si tratta di un'inversione di tendenza significativa per un ecosistema che aveva visto proprio nel Nord America il suo centro gravitazionale dopo l'esodo forzato dalla Cina quattro anni fa. La redditività media giornaliera per exahash al secondo (EH/s) è crollata a 38.700 dollari a dicembre, segnando un declino del 32% su base annua secondo le stime di JPMorgan, con i margini dei miner compressi ai minimi storici una volta considerato l'aumento generalizzato dei costi energetici.

La migrazione verso il settore AI non è più una semplice diversificazione, ma una necessità fiduciaria per molte mining company pubbliche. Nick Hansen, CEO di Luxor Technology, ha dichiarato che ogni miner di Bitcoin ha oggi la responsabilità di valutare la fattibilità dell'AI per qualsiasi asset energetico in loro possesso, sottolineando come la domanda di infrastrutture per l'intelligenza artificiale eclissi completamente quella del mining tradizionale in termini di scala e potenziale ritorno economico. Hut 8, un tempo dedicata esclusivamente all'estrazione di criptovalute, si sta riposizionando come società di infrastrutture energetiche, siglando a dicembre una partnership con Anthropic per sviluppare data center negli Stati Uniti.

La domanda di infrastrutture AI eclissa completamente il mining di Bitcoin in termini di scala e potenziale economico

Parallelamente, il vuoto lasciato dalle mining farm nordamericane viene progressivamente colmato da operazioni in Cina, particolarmente nella provincia dello Xinjiang, dove secondo Wolfie Zhao di TheMinerMag si sta verificando una chiara ripresa dell'hash rate nonostante il divieto ufficiale. La vastità territoriale della regione e l'abbondanza di energia generata da combustibili fossili creano zone grigie difficilmente controllabili da Pechino, con operatori disposti a rischiare per capitalizzare sul mining di Bitcoin. La distanza geografica dalla capitale e l'eccesso di capacità energetica rendono Xinjiang un terreno fertile per operazioni semi-clandestine, affiancate da attività crescenti in Medio Oriente e Russia.

La dinamica si riflette anche sul fronte dei produttori di hardware. Bitmain, che controlla circa l'80% del mercato globale di ASIC per il mining, si è trovata di fronte a una "realtà crudele" nel 2024, con la domanda di nuove macchine in forte rallentamento. Per compensare il calo di ricavi, la compagnia con sede a Pechino ha dovuto utilizzare il proprio inventario per operazioni di mining diretto, distribuendo macchine in Stati Uniti, Medio Oriente e Asia Centrale. Questa sovraproduzione espone Bitmain al rischio di perdere future allocazioni di wafer da Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) se decidesse di ridurre la produzione.

La situazione assume toni paradossali considerando che American Bitcoin, la mining company fondata dai figli del presidente Trump, Eric e Donald Jr., opera proprio mentre il settore domestico mostra segni di debolezza strutturale. Lo scorso marzo, la società ha attirato l'interesse di Hut 8, che ne detiene una partecipazione dell'80%. Eric Trump aveva pubblicizzato a novembre l'operatività del facility texano, sostenendo che l'azienda estrae "circa il 2%" dell'offerta mondiale di Bitcoin, con 35.000 macchine operative. Tuttavia, l'enfasi sulla costruzione di capacità produttiva statunitense si scontra con la realtà economica: la pausa nell'espansione dell'hash rate da parte dei miner quotati in borsa e la conversione di capacità energetica verso il high performance computing segnalano una ristrutturazione profonda del settore.

L'espansione della capacità energetica cinese gioca un ruolo determinante in questo riequilibrio globale. Hansen di Luxor sottolinea come la proliferazione del mining di Bitcoin possa essere utilizzata come proxy dell'infrastruttura energetica nazionale: più energia disponibile significa maggiore competitività nell'estrazione di blocchi, con il mining che agisce come "acquirente di ultima istanza" per l'eccesso di produzione elettrica. La corsa agli armamenti computazionali che aveva caratterizzato gli anni precedenti si sta esaurendo, con conseguenze strategiche per la distribuzione geografica dell'hash rate globale e per gli equilibri geopolitici attorno alla blockchain più capitalizzata al mondo.

Fonte dell'articolo: decrypt.co

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